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Furto di un brutto ricordo

Mi ricordo il suo nome

Era giugno, senza dubbio. Non si può sbagliare: i giorni di giugno restano impressi per il loro valore liberatorio, sono il primo vero sentore estivo che dà sollievo da vento gelido e cornacchie torve. Le cornacchie ci sono sempre, non fraintendiamo – ma hanno un atteggiamento più positivo.

Nel caldo lieve che sembra torrido perché nessuno ci è ancora abituato, c’è il solito manipolo di ragazzini che aspetta l’autobus per tornare a casa. A questi, molto timidamente e in posizione ritirata, si unisce una bambina che frequenta la scuola media oltre la piazza. È il 1999 e la me stessa di oggi, un bel mazzo di anni dopo, la ricorda ancora bene.

Ricordo il suo nome, rubato a una soap opera. Un nome carico, sensuale, del tutto spaiato con un’espressione di perenne terrore del circostante. Ricordo i vestiti trasandati e l’untuosità pesante di capelli e viso, tributo di una famiglia che non poteva o non voleva prendersene cura a sufficienza. Ricordo le gambe sottili, disegnate e mosse in onnipresente agitazione. Ricordo come attraversava il lungo autobus a soffietto, saltellando atterrita alle buche, tremando e muovendo gli occhioni neri come pozzi in cerca di un appiglio, invisibile tra bambini più allegri, più sereni e più amati.

L’etichetta

Quel giorno di giugno, dicevamo, di maniche corte e interrogazioni quasi finite, la bambina arriva dalla scuola alla fermata e si sistema in un angolo. La prima volta che mi dà le spalle, noto che ha un foglio attaccato alla schiena, con un punto di scotch che è il giusto equilibrio tra discrezione nell’applicazione ed efficienza adesiva. Con preciso intento classificatorio, scientifico e laconico, il foglio riporta la parola: “scema”. Niente di più, perché le azioni orrende a volte si aggravano di essenzialità. Chissà per quanto ha girato con quell’etichetta dietro alla schiena, ma nessuno l’ha avvertita e noi potremmo dire che i ragazzini fanno schifo – ed è vero, tutti da ragazzini almeno una volta abbiamo fatto schifo, ma la verità è che si tratta spesso di uno schifo poco consapevole. Non ci sono molte occasioni di imparare a fare di meglio.

La peggior cosa

Potrei dire che mancano pochi istanti all’arrivo dell’autobus, per riprodurre la suspense di una bomba da disinnescare tra fili rossi e blu e affrettare il ritmo di una decisione repentina e risolutiva; ma è il ’99, gli autobus arrivano quando arrivano. A onor di cronaca, c’è un orario stinto, inserito in una protezione di plastica sul palo delle fermate, ma è lo stesso da anni e la sua funzione è di far capire a chi legge se prima o poi si salirà su un mezzo o se conviene cominciare direttamente a camminare.

Non ho idea di quanto tempo io abbia. Ma non importa, perché so già che fare: appena lei si gira di nuovo, fingo di inciampare alle sue spalle e di caderle addosso, giusto il tempo di staccare il foglio con scritto “scema” e di mettermelo in borsa. Mi stupisco quasi del successo dell’operazione. Certo, lei si è voltata nel più completo orrore ed è scappata correndo quando le ho chiesto scusa con un sorriso e probabilmente mi ricorda ancora come la pazza della fermata dell’autobus, ma di sicuro non si è accorta del foglio.
Quel giorno, che lei sapesse, la peggior cosa che le era successa ero io.

Un gioco di prestigio

Quando prima ho detto che sapevo già cosa fare, intendevo in senso letterale.
Io, quell’idea, a quindici anni, non l’avrei mai avuta da sola: tempo prima, lo avevo visto fare da una mia professoressa. Una maledetta iena specializzata in bullismo adulto, l’ultima che avrei pensato in grado seminare un esempio, eppure fu così. L’avevamo guardata librarsi in classe e piombare coi suoi artigli sulla schiena di un mio compagno in primo banco, a cui era stato attaccato un foglio con un insulto. Aveva fatto sparire il pezzo di carta come un prestigiatore e l’aveva poi dissolto nell’aria, un numero di destrezza tale che ci sarebbe stato da applaudire – ma nessuno disse mai, mai niente. Anche se eravamo ragazzini e i ragazzini fanno schifo, sapevamo di aver assistito a un gioco di prestigio che si mostra per essere ripetuto, non svelato.
Avevamo scoperto in quel gesto l’immensa, paradossale eleganza di un sabotaggio del Male che era anche un furto: il furto di un brutto ricordo.

L’imitazione è una virtù.

L’odio urla, la gentilezza sussurra: per questo sembra sempre di perdere contro il presente. Ma l’imitazione è una sottovalutata virtù, che dà tono e forza alla gentilezza. La propaga.

Dopo quell’episodio mi sono sentita così bene che da allora ho sempre cercato di trovare nuove cose da fare che generassero imitazione. Un kit di igiene personale e un pasto per un senzatetto, aiutare qualcuno a caricare la valigia sul treno, fare compagnia a una persona sola. Per il piacere di farle, ma ancora prima per la speranza che qualcuno dica “lo farò anche io”, esattamente come è successo – e continua a succedere – a me.

Le cose che valgono la pena di essere insegnate non si insegnano, si imparano e basta. L’esempio ha la potenzialità di riecheggiare all’infinito, per questo non bisogna mai ignorare l’importanza di seminarne qualcuno.

A volte, quando il pensiero dell’inutilità dei piccoli gesti prova a sopraffarmi, penso a quel giorno che era sicuramente di giugno, in cui ho rubato un brutto ricordo a una bambina. E mi sento meglio. Anche se non ho avuto meriti, se non quello di aver riconosciuto la virtù dell’imitazione.

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Comments

  • Ma per fortuna ci sei tu coi tuoi bellissimi post! Sto continuando a leggerti anche se, come puoi immaginare, ho molto meno tempo a disposizione.

    30 Novembre 2018

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