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Frida Kahlo e il Black Mudec

Cominciamo con una confessione: chiamatemi vittima pop, ma a me Frida Kahlo come artista piace molto, mi piace tutta, così com’è: coerente nell’incoerenza, energetica nella disperazione e orgogliosamente naif.
Mia sorella lo sa e quest’anno mi ha fatto il meraviglioso regalo di compleanno di regalarmi un biglietto per la mostra “Frida Kahlo. Oltre il mito” al Mudec di Milano.
E non vedevo l’ora.
Alla mostra c’era quello che non avrei neanche mai osato sognare di vedere in una sola volta, ma nemmeno in tante volte: quasi tutti i quadri più noti, quasi tutti i miei preferiti, un’audioguida decente. Un sogno.
Che, in un twist interessante che bene si abbina all’esistenza della pittrice, è stato anche un discreto incubo.

Mettetecelo un divieto, al Mudec,
abbiate il coraggio di proibire le foto.

Servirebbe in tutti i musei d’Italia, eh, perché ormai i visitatori sono catalogatori compulsivi di quadri, statue, mobilio antico e suppellettili. Solo che assistere allo shooting del calendario Pirelli delle uova Fabergé può fermarsi al fastidio di avere un imbecille davanti che non ti permette di osservare un oggetto perché deve scegliere il giusto filtro Instagram.
Ma è diverso, è imperdonabile, quando si ha a che fare con la rappresentazione del sentire umano che si fa Arte. Possiamo ammirare Van Gogh solo perché, con inconsapevole generosità, ha rovesciato se stesso nei suoi dipinti, eppure non riusciamo a dare rispetto al dolore che lo ha accompagnato tutta la vita, perché non siamo in gradi di mettere un cellulare in tasca per un’ora e mezza.

La mostra di Frida Kahlo al Mudec è stata la morte del rapporto fra Uomo e Arte.

Impossibile godersi le opere, perché le orde di fotografatori (fotografi no, dai, non scherziamo) devono mettersi di prepotenza davanti ai quadri, che sono quasi tutti piccoli, perché Frida Kahlo aveva poca mobilità.

Certi visitatori, invece, la mobilità ce l’hanno eccome. E la sfruttano. Si piegano, si flettono e si spintonano per cogliere le facce sui ritratti, si stagliano per minuti interminabili a studiare l’inquadratura, fregandosene di quelli che vorrebbero fare ciò che pare quasi insensato, a questo punto: guardare.
Perché? Che ci fa, signore di un metro e novanta che ha fotografato ogni singola cosa escluse le prese d’aria? Stampa le foto e le mette in un album di immagini buie e sfocate, si fa dei poster clandestini per risparmiare, le servono prove per dire agli amici che l’esposizione era come il film?

La pittura di Frida Kahlo è, inevitabilmente, un continuo racconto di sofferenza.

Eppure è come se le sue esternazioni crude e lampanti fossero rappresentazioni criptiche, impossibili da discernere senza un Master in semiotica.
E infatti eccole, donne solerti in assembramenti disordinati e prepotenti, sfoggiando la loro più raggelante mancanza di funzionalità empatiche, a fotografare “Ospedale Henry Ford (il letto volante)” con perizia da operatori della Scientifica.

impossibile godersi la mostra di Frida Kahlo al Mudec. Troppe tofo
Ora che ci penso, una foto l'ho fatta pure io.

Mentre cordoni ombelicali venosi si aprivano in drammatiche stimmate di feti, di sangue, di oblio, le si poteva vedere come avvoltoi dagli artigli digitali ad accaparrarsi il posto più prossimo alla tela per non perdersi niente di quella tragedia, dando che l’idea che se fosse esistita la palla di neve con l’aborto di Frida Kahlo, l’avrebbero pure comprata per ricordo. Chissà, si chiede d’istinto la mia tendenza al melodrammatico, se zoomando con due dita sul viso, a casa loro, noteranno la lacrima bianca sul volto dell’autrice.

“Ospedale Henry Ford (il letto volante) al Mudec di Milano

I campioni di questa pesca intensiva all’iconografia, di solito ultra-cinquantenni aggressivi e di un’ignoranza talmente sconfinata che in confronto le steppe della Mongolia sono un giardino zen da ufficio senza il rastrellino, si piazzano davanti alla spine, ai tormenti, alla frutta, agli uccelli e alle scimmie dipinte ad olio, risultando comunque i meno capaci. Si aggirano in cerca di interessanti trofei di pixel, senza mai lasciare che i loro occhi incontrino direttamente il quadro: pare che non li capiscano, senza la frapposizione di uno schermo.
I costanti prolungamenti non mancano mai nel buio, a infastidire le opere, come se quelle non fossero abbastanza illuminate senza il loro contributo. Chi non è lì per fotografare è spinto via, letteralmente, quasi avesse meno diritto di trovarsi lì, e finisce per sentirsi all’interno di una puntata di Black Mirror. Una di quelle brutte. Black Mudec.

Ma potrebbe anche chiamarsi Moodec.

Una ragazza cerca di uscire dall’ennesima sala troppo stretta per ospitare tutti quei visitatori in un colpo solo e, nel tentativo, commette lo sconsiderato errore di passare davanti a un quadro, proprio mentre una donna di mezza età è intenta nel sacro e indispensabile compito di fotografarlo col telefono. La ragazza subisce allora un violento «Eeeh! Oooh! E aspettaaa!» da parte della donna, che con l’istinto materno di un Nazgûl la rimprovera di gusto ad alta voce, con soddisfatta enfasi, perché tutti sentano e sia garantita la pubblica umiliazione. E gli astanti lì, ammutoliti nella luce fioca, un provino collettivo da pastore meravigliato del Presepe che include visitatori e personale di sala, congelati per un momento, mentre chi non ha assistito garantisce il giusto apporto di flash e suoni posticci di otturatori.

Il tutto davanti a Frida trafitta, che non si è accorta di nulla perché nel frattempo pensava a Diego Rivera. E forse, per una volta, è meglio così.

“Quel che l’Arte mi ha dato”

L’arte è democratica. Appartiene a tutti, anche all’uomo che, guardando “Autoritratto con collana di spine e colibrì” ha chiesto candidamente se fosse una foto o un quadro. Non siamo tutti Philippe Daverio, né dobbiamo esserlo.
L’arte è democratica, appunto: non è un’anarchia. E dovrebbe essere in grado di escludere, per quanto possibile, ciò che impedisce di arrivare a lei. Dovrebbe poter lasciar fuori la maleducazione come una chiesa con il Diavolo, perché la maleducazione è inelegante, maleodorante, sporca, si attacca con insistenza al positivo e più di tutto alla bellezza, guastandola con il suo tono villano. Togliete la possibilità di fotografare e sanzionatela.
Perché l’Arte ha bisogno di occhi, e l’uomo di re-imparare ad usarli.

12 Marzo 2018

La vibrazione nella memoria

La voce è più potente delle immagini perché è una vibrazione nella memoria.
29 Novembre 2018

Furto di un brutto ricordo

Ovvero come sono diventata la pazza della fermata dell'autobus.

Comments

  • Purtroppo ho esperienze di mostre dove non era possibile fotografare eppure la maleducazione era similare. E’ giusto dopo 3 ore di coda e un biglietto d’ingresso pagato a peso d’oro non potersi godere comunque i quadri per il sovraffollamento di gente vociante ? Anelo alle mostre e al quieto viverle di quella “vissuta” alla scuola di mosaico di Spilimbergo. Per questo motivo, ho detto no al mio amato Caravaggio. Ma non me ne pento.

    21 Maggio 2018

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