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Il caso Cindy Crawford

Gli ultimi spot San Benedetto formano uno splendido (e con ‘splendido’ intendo proprio dire ‘squallido’) spaccato di fantascienza a puntate su Roma e sulla vita in generale.

La trama è audace: mostrare Cindy Crawford che non fa assolutamente un fico secco per un’intera giornata, peraltro vantandosene, e nel contempo restituire allo spettatore una solida sensazione di bruttezza e viscidume.
Sulla carta sembra troppo, eppure ce l’hanno fatta.

Fantascienza

Si comincia con lei che spalanca gli scuri nella sua veste di seta, ma la fantascienza non sta nella luce un po’ aliena e un po’ alogena che emana, bensì nel fatto che siamo a Roma non si sente un clacson, un Li mortacci tua, no, solo uccellini. Uccellini, non gabbiani. Fantascienza, dicevamo.

Cindy si aggira per l’Urbe senza scopo, bevendo direttamente da una bottiglia da 0.75, quelle da ristorante, che è la cosa più scomoda e ridicola al mondo. Ho capito che la plastica delle bottiglie San Benedetto si piega come un orbettino e Dio ti benedica se quando la versi centri il bicchiere, però così ha lo stesso valore di un boccione fatto rotolare per strada, quindi assumerò che l’abbia rubata dal tavolo della pizzeria Dar Poeta a Trastevere, perché è la spiegazione più plausibile.

Dopo qualche scena rapida in luoghi diversi in totale spregio alla consecutio temporum («ma chi è il regista di questa roba, Muccino?» Direte voi. «Purtroppo sì», vi risponderò io), Cindy si imbatte in Babbo Natale che fa il fioraio di fiori finti sul ponte: orologio con cinturino in pelle, stesso grembiule degli artigiani della qualità e rossore un po’ lappone un po’ etilico, un personaggio talmente improbabile che c’è da sentirsi male, ma con i bengalesi non veniva uguale, si capisce.

Tremante, le porge un fiore con l’intento di venderglielo, ma lei lo arraffa perché essendo una bellona che fa Cinema dà per scontato che sia in omaggio e quel povero vecchio, che ha novantacinque anni e la cirrosi epatica, non ha proprio la forza di rincorrerla a chiederle l’euro e venti che lei gli deve, così si limita a guardarla con malinconia per la perdita ingiusta di un ottimo fiore in plastica e stoffa.

Nel frattempo, la squisita regia ci fa notare che la bottiglia nella borsa è sempre piena fino all’orlo. Più che nel campo della fantascienza siamo in quello della Sacra Bibbia.

Nel mondo dell’abbeveratoio perpetuo, si è fatta ora di pranzo, un pranzo a base di acqua. Cindy si siede all’aperto tra i mandolini in fiore e fissa la povera cameriera che la serve.

"Versa, schiava, versa! Che al primo errore ti faccio ingoiare il vuoto a rendere!"

…incutendo un malessere da gioco di potere un po’ deviato che è reso ancora più strano dalla voce scelta dal doppiaggio, che pare avere vent’anni meno di lei. L’effetto è quello che si ha con il doppiaggio di Matt Damon, che tra un po’ ha 50 anni ma nell’universo italiano avrà per sempre la voce di un ragazzetto pesantissimo e confuso dal proprio q.i..

Con lo stesso atteggiamento artefatto e sorseggiando imperterrita la sua acqua, Cindy spia le coppie che si incontrano e tesse pensieri del tipo: ah! So cos’è l’amore, l’ho scovato io in questo luogo di sempliciotti e supplì, tant’è che parla di innamoramento in Italia e di bellezza pura che si trova solo qui ed è immutabile, una stucchevolezza insostenibile, oltreché una balla colossale.

Prosegue ancora, sempre bevendo inutilmente a collo da una bottiglia di acqua congelata, attaccandosi come neanche quei baby canguri orfani nei bioparchi australiani al biberon di latte artificiale, credo forse di aver visto solo Bruto di Braccio di Ferro bere così una volta, ed era whisky. Qui la vera fantascienza è che saltelli beata su un tacco che non si incastra mai nei sampietrini.

Non solo acqua: c’è anche il contorno!

Un po’ come nel video This is America di Childish Gambino, per accorgersi del dramma bisogna riguardare il tutto non lasciandosi distrarre dalla parte forzatamente gioiosa. In questo spot, l’effetto si raggiunge grazie alla costante atmosfera persecutoria generale: se facciamo caso unicamente alle azioni di sfondo, ci accorgiamo che sembrano partorite per un film di Natale con Jerry Calà. Tutti – perfino Babbo Natale – si voltano verso di lei con sguardi rimbecilliti, sgradevoli e ossessivi. I romani che non sono per strada si accalcano alle finestre, manca solo l’ululato.

Possediamo più o meno tutti un intelletto di base e capiamo che l’intento era di renderla affascinante in modo irresistibile, invece si crea solo un’insistenza morbosa per cui una persona qualsiasi avrebbe addosso un disagio tale da prendere il primo aereo verso il centro di una montagna rocciosa. Cindy Crawford, al contrario, se ne bea nel modo più totale. Una rappresentazione muffosa e scarsissima per cui la bellezza è comprovata unicamente attraverso uomini che non sanno darsi un contegno e devi solo essere grata se ti capita.

Lo vediamo meglio nella versione popolare da 30 secondi, in cui lo scopo dell’unica persona incontrata per caso è osservare la poverina con insistenza e io giuro non capisco come nessuno abbia fatto notare che è un’idea così anacronistica che c’è da stupirsi che non sia ancora morta di vecchiaia.

Cindy prosegue disquisendo di bellezza naturale e pura, che ti fa stare bene con te stessa, mentre affronta attività di bellezza naturale e pura come pomeriggi a fare salotto in un attico del centro storico e cene in ristoranti di lusso che tra lei e i commensali ci saranno trentamila euro tra abiti, accessori e botulino.

Ma il meglio si esplica con il tè. È qui, al cospetto della scalinata di Piazza di Spagna che si dispiega l’assurdo, con l’uomo-totano che non si contiene davanti a Cindy Crawford boccheggiando verso l’asfissia e la sua ragazza che lo stringe per il braccio quasi a stritolarlo, ma davvero siamo ancora fermi a questo stereotipo? E continua a stringere, ‘sta squilibrata, tra poco gli strappa la camicia. Ai fini della narrazione (chiamiamola così) non è affatto incidentale, è centrale: insistono a farcelo vedere bene, che lei se la prende al punto da storcergli un braccio, il tutto sotto gli occhi estasiati di una minorenne.

La parità non funziona senza buonsenso, che dovrebbe aiutare anche a rendersi conto che certe rappresentazioni non fanno sorridere, fanno pena. Come può essere accettabile che una persona stringa il braccio a un’altra in quel modo? E che addirittura l’intento di simpatia sia rafforzato dall’immagine della Crawford, che se la ride come una completa idiota dopo aver assistito a uno spettacolo così poco edificante?
E magari lui voleva solo dire alla sua ragazza «Guarda, c’è Cindy Crawford!»

Curiosamente, alla versione pubblicata sul canale Youtube ufficiale di San Benedetto viene operato qualche taglio che riduce l’incidenza della strattonata, peraltro senza risultati apprezzabili. Quello spot, un po’ come tutti gli altri, non si doveva fare e basta.
D’altronde, sul sito del brand si legge questa frase:

“La musica, il montaggio e la fotografia suggeriscono quell’atmosfera di eleganza, semplicità e benessere messi in risalto dal fascino di Cindy Crawford e dall’originalità del racconto di Gabriele Muccino.”

Cioè, loro sono convinti sul serio di aver rappresentato la quintessenza della raffinatezza. E del benessere! Con originalità, peraltro.

Ci potete mettere tutta la musica sofisticata che volete, le luci soffuse e quarantatré tramonti come ne Il Piccolo Principe, potete pure catafotterci tutta Roma, ma se i contenuti sono sciatti non c’è niente che li potrà salvare. Tanto meno la botticella coi cavalli, ormai vietata al di fuori dai parchi per scongiurare le sofferenze urbane subite da questi poveri animali.
Ma sembra che in questo mondo fasullo di inesistente purezza non abbia importanza: la carrozza gira comunque mesta nei pressi della Barcaccia, a ricordarci che qualcuno deve pur soffrire, nello specifico noi a dover sopportare ancora uno spot così, nel già insostenibile Anno Domini 2018.

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Comments

  • Il “senza fine…” di Bublé che annuncia la tortura di questo spot “goccia-cinese”: quante volte al giorno l’hanno passato questa estate?!
    La bottiglia di vetro non l’avevo notata ma… come si fa?! Io spero che lo spettatore medio non se ne accorga perché è veramente più irrealistico della Roma da cartolina…

    “E magari lui voleva solo dire alla sua ragazza «Guarda, c’è Cindy Crawford!»”
    Sì infatti, sarebbe stato più credibile. Che poi anche quella specie di gelosia della ragazza è fuori luogo perché, diciamolo, al passaggio della celebrità di turno è facile che chiunque, uomo o donna che sia (e senza necessariamente avere l’espressione da animale in calore), si blocchi e poi si volti a seguirla con lo sguardo solo per la sorpresa dell’incontro (pure se magari, come me, si fa fatica distinguere la Crawoford da Geena Davis xD ).

    Per la sezione “curiosità”, secondo me (ma andrebbe verificato) Babbo Natale è Ferdinando Codognotto, uno scultore del legno di fama internazionale (del tipo che ha foto in cui consegna le sue opere a Madre Teresa di Calcutta, Mattarella, Julia Roberts…) che ha il suo laboratorio proprio in centro, a Roma.
    La scorsa stagione televisiva è comparso nella trasmissione PropagandaLive di Zoro/Diego Bianchi ed è proprio un “personaggio”; tra l’altro è solito donare, senza un motivo apparente, noci o simili frutti, “pescandole” dalla tasca dei pantaloni (!)… il che, paradossalmente, rende più credibile quanto fa nello spot.

    6 Settembre 2018

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